Olga e Lia, partigiane:
le madri della libertà
Olga ha compiuto cent'anni il primo gennaio, e racconta di
Lia, che è morta a Niguarda il giorno della Liberazione: due partigiane, la
nostra storia migliore
Quando dici il destino di essere sempre la prima... Elena
Rasera, nome di battaglia "Olga", è una partigiana milanese che il
primo giorno di questo nuovo anno ha compiuto il suo primo secolo di vita e lo
ha festeggiato con l'allegria che ha sempre caratterizzato il suo carattere.
Nata l'1 gennaio del 1914 a Santa Giustina Bellunese in una tosta famiglia
antifascista, se ne venne a Milano in città che era appena ragazza e cominciò
presto a lavorare finchè nel 1935 entrò alla Olap, una grande azienda di
componentistica di precisione che arrivò ad occupare oltre 3mila operai, per
oltre metà donne. Produceva strumenti di precisione per radiofonia e telefonia,
fondamentali nei primi apparecchi di comunicazione, ma addirittura strategici
in tempo di guerra.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale la trovò infatti lì, davanti alle
macchine, ma anche nascostamente impegnata in un crescente attivismo politico.
Responsabile dei Gruppi di Difesa della Donna, avvicinava le compagne, le
convinceva, le organizzava in piccole unità, coordinava la rete che a sua volta
distribuiva la stampa clandestina.
Un lavoraccio - ha ricordato nell'autobiografia -, rischioso ma fecondo:
"Bisognava agire con oculatezza e molta prudenza. I gruppetti erano
costituiti da due o tre operaie che a loro volta si collegavano con altri
gruppetti. Si formava così una sorta di catena di Sant'Antonio. Intanto la
stampa circolava".
Il grande sciopero del marzo 1944, una scelta quasi eroica della classe operaia
milanese e del nord, toccò anche la Olap. Fu Elena Rasera ad organizzarlo e vi
aderirono 500 donne che si diedero un ruolo da "scudi umani".
Staccata la corrente, le operaie si disposero alla testa ed ai fianchi del
corteo che abbandonava la fabbrica, proteggendo l'uscita dei colleghi uomini, i
più esposti al rischio d'arresto e di rappresaglia.
Ma non andò sempre bene.
Sei mesi dopo, era l'ottobre del '44, i fascisti operarono una perquisizione
improvvisa in fabbrica. Vennero trovate delle armi e fu una strage: sette morti
ed una ventina di arresti.
Per Elena come per altri suoi compagni il rientro in fabbrica divenne
impossibile: ormai era stata identificata come "agitatrice" e poteva
venire catturata.
Entrò in clandestinità e le venne affidata una zona "calda" di
Milano, quella fra Porta Romana e Rogoredo in cui insistevano molte fabbriche:
la Saffa, la Bianchi, l'Innocenti, la Redaelli.
E la Olap, naturalmente.
Nominata sul campo Responsabile di zona e Caposervizio di Collegamento, Elena
doveva smistare e diffondere la stampa clandestina. Il rischio era quotidiano
per le staffette partigiane, che non sempre purtroppo riuscivano a passare
indenni attraverso le maglie delle pattuglie.
Ancora oggi Elena ricorda la triste vicenda di Gina Galeotti Bianchi, una
storia abbastanza conosciuta anche dai più giovani fra i milanesi, grazie a
Roberto Sarti che ha scritto e portato più volte in scena la piece "Nome
di battaglia Lia".
La partigiana "Lia" cadde a 32 anni, incinta di 8 mesi, nel precoce
giorno della Liberazione; precoce perchè Niguarda, il "suo"
quartiere, si liberò il 24 aprile, con un giorno d'anticipo sul resto di
Milano.
Roberto Cenati, il presidente dell'Anpi provinciale di Milano, giovedì 9 ha
partecipato alla festicciola di compleanno per Elena Rasera, organizzata presso
la Casa di Riposo Brichetto Gerosa (in via Mecenate 96 a Milano) che la ospita
ormai da diversi anni.
Anche a lui Elena ha nuovamente trovato il modo di ricordare la vicenda di Lia;
nuovamente, nel senso che Elena racconta l'episodio ogni volta che può perchè,
dice, è un renderle onore.
"Incontrai questa partigiana - racconta Elena - all'appuntamento in via
Carlo Farini. Appena ci siamo riconosciute, lei si è sentita male ed era molto
preoccupata per il buon esito della missione che le avevo dato da compiere.
La condussi allora in un caffè e chiesi al gestore un bicchiere d'acqua. Invece
lui, vedendo che stava male, le diede del surrogato di caffè.
Dopo un po' Gina, la "Lia", si riprese e mi confessò: "Sai sono
in stato interessante. Mi chiamo Gina Galeotti e sono sposata Bianchi, ma mio
marito si trova in carcere". Ci lasciammo; dopo alcuni giorni scoppiò
l'insurrezione e in quella occasione incontrai una partigiana, quella che aveva
avuto i collegamenti con la Lia.
Fu lei che mi comunicò la morte di quella giovane, coraggiosa staffetta,
colpita da una raffica di mitra dai tedeschi nelle ore più calde della
Liberazione. Quando il marito uscì da San Vittore lei e il bambino che portava
in grembo se ne erano andati per sempre".
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