lunedì 22 settembre 2014

Sant'Anna di Stazzema

 

LA MEMORIA ...

"Siccome eravamo bambini tutti piccoli, la mi mamma ci nascose in un bosco e si rimase in quel bosco fino a che non si sentì degli spari. Finiti gli spari, quando fu tutto calmo, si sparse la voce che avevan distrutto il paese e che avevano ammazzato la gente."
Luciano Lazzeri, superstite dell’eccidio di Sant'Anna di Stazzema

Per non dimenticare

Gli orrori di una guerra, di tutte le guerre

A Sant’Anna di Stazzema, la mattina del 12 agosto 1944, si consumò uno dei più atroci crimini commessi ai danni delle popolazioni civili nel secondo dopoguerra in Italia.

La furia omicida dei nazi-fascisti si abbattè, improvvisa e implacabile, su tutto e su tutti. Nel giro di poche ore, nei borghi del piccolo paese, alla Vaccareccia, alle Case, al Moco, al Pero, ai Coletti, centinaia e centinaia di corpi rimasero a terra, senza vita, trucidati, bruciati, straziati.

Quel mattino di agosto a Sant’Anna uccisero i nonni, le madri, uccisero i figli e i nipoti. Uccisero i paesani ed uccisero gli sfollati, i tanti saliti, quassù, in cerca di un rifugio dalla guerra. Uccisero Anna, l’ultima nata nel paese di appena 20 giorni, uccisero Evelina, che quel mattino aveva le doglie del parto, uccisero Genny, la giovane madre che, prima di morire, per difendere il suo piccolo Mario, scagliò il suo zoccolo in faccia al nazista che stava per spararle, uccisero il prete Innocenzo, che implorava i soldati nazisti perché risparmiassero la sua gente, uccisero gli otto fratellini Tucci, con la loro mamma. 560 ne uccisero, senza pietà in preda ad una cieca furia omicida. Indifesi, senza responsabilità, senza colpe. E poi il fuoco, a distruggere i corpi, le case, le stalle, gli animali, le masserizie. A Sant’Anna, quel giorno, uccisero l’umanità intera.

La strage di Sant’Anna di Stazzema desta ancora oggi un senso di sgomento e di profonda desolazione civile e morale, poiché rappresenta una delle pagine più brutali della barbarie nazifascista, il cancro che aveva colpito l’Europa e che devastò i valori della democrazia e della tolleranza. Rappresentò un odioso oltraggio compiuto ai danni della dignità umana. Quel giorno l’uomo decise di negare se stesso, di rinunciare alla difesa ed al rispetto della persona e dei diritti in essa radicati.
 

mercoledì 4 giugno 2014

70° anniversario della fondazione dell'ANPI



Il 6 e 7 giugno p.v. l'ANPI celebrerà a Roma il 70° anniversario della sua fondazione, che avvenne appunto il 6 giugno 1944, in Campidoglio, a soli due giorni dalla liberazione della città Roma. I promotori, partigiani delle formazioni cittadine e delle brigate che avevano operato a ridosso dei due fronti, di Cassino e Anzio, nel deporre le armi e dedicarsi all'avvio della democrazia nella città ritornata capitale d'Italia, vollero creare un sodalizio che riunisse i reduci, fosse di sostegno ai familiari dei caduti, promuovesse gli ideali patriottici, di libertà e solidarietà umana che avevano animato la Resistenza e spinto molti di loro ad unirsi ai combattenti del rinnovato esercito italiano integrato nelle forze armate alleate. A tali propositi l'ANPI è stata coerentemente fedele in questi 70 anni di vita repubblicana, perseguendo il bene comune, nel nome dei valori democratici che la Costituzione ha recepito dagli oppositori al regime fascista e dal popolo italiano che nella grande maggioranza ha espresso e sostenuto la lotta partigiana contro occupanti nazisti e collaborazionisti subendo anche innumerevoli stragi, persecuzioni di innocenti ed atti di vera barbarie.
A partire dal 2006, l’ANPI si è poi arricchita della presenza e partecipazione attiva di molti “antifascisti” che si riconoscevano nelle sue finalità statutarie e di tantissimi giovani. Ciò ne fa oggi una prestigiosa garante del rispetto, difesa ed attuazione della Costituzione e dei valori che in essa sono espressi. Una garanzia che nasce non solo dalla presenza di più di 130.000 iscritti, ma anche dalla autorevolezza di un’Associazione che è stata definita, in un importante documento giudiziario, come “erede e successore” dei valori resistenziali. Insomma, un’Associazione fortemente radicata nel migliore passato del nostro Paese, ma che guarda costantemente al futuro, nella speranza che si realizzino al meglio i sogni, le attese e le speranze dei combattenti per la libertà.

lunedì 28 aprile 2014

la Resistenza...

 
“La Resistenza non è un pezzo da museo, non deve essere mummificata, appartiene alla nostra vita, deve essere un elemento dell'impegno civile di ogni giorno”
                                                 
                                                          Aldo Aniasi

giovedì 3 aprile 2014

BANDO DI SELEZIONE per il Festival Teatrale di Resistenza 2014


BANDO DI SELEZIONE per il 
Festival Teatrale di Resistenza 2014

l Festival Teatrale dedicato alla Memoria, giunto alla sua 13a Edizione presso il Museo Cervi, da alcuni anni si è tradotto in Premio, con una preselezione degli spettacoli individuati attraverso la visione e l’analisi dei materiali pervenuti. Gli spettacoli scelti verranno quindi presentati nel mese di luglio e premiati da una giuria di esperti e dal pubblico.  


I Premi verranno consegnati il 25 luglio 2014 nel corso della serata della 



mercoledì 12 marzo 2014

scioperi marzo 1944

“In quei giorni del marzo ’44 
un milione di lavoratori incrociò le braccia”
Convegno Nazionale
 Milano – Palazzo Marino, Sala degli Alessi 
– Sabato 15 marzo 2014 - ore 9,30 - 12,30
 
Ricordare, a settanta anni di distanza, gli scioperi del marzo 1944 significa tornare ad uno degli avvenimenti più significativi della rinascita dell’Italia come Stato repubblicano e democratico. Gli scioperi sono stati un avvenimento assolutamente eccezionale. Nessun Paese occupato dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale ha vissuto una conflittualità così partecipata ed estesa. In nessun Paese, durante la guerra, il mondo del lavoro ha assunto una centralità così evidente tale da condizionare le sorti del regime fascista e da imprimere una così pronunciata impronta alla transizione verso la democrazia. Quello che si consuma nella primavera del 1944 è qualcosa che investe direttamente la legittimazione del regime: diversi mesi prima della destituzione, Mussolini, già perdente sul fronte esterno, perde in gran parte il consenso del popolo italiano, viene sconfitto sul fronte interno. La rottura avviene sul terreno dell’adesione o del rifiuto della guerra fascista ovvero dell’elemento più intrinsecamente legato all’esperienza del ventennio. Lo sciopero generale segna il passaggio del mondo del lavoro all’azione diretta, che poi sfocerà nella Resistenza e nella guerra partigiana.  A Torino, alla Fiat Mirafiori e alla Fiat Lingotto, e poi in tutti i grandi e piccoli stabilimenti piemontesi; a Milano, nell’intera provincia, dove lo sciopero fu compatto dal 1° all’8 marzo; a Legnano, Varese, Brescia, Bergamo, in tutta la Lombardia; a Bologna, dove dagli stabilimenti Ducati lo sciopero si propaga in tutte le provincie emiliane; in Toscana a partire dalle officine Galileo e Pignone; e così in Liguria in Veneto. La feroce repressione tedesca, sia in termini di deportazione che di ricerca dei responsabili dello sciopero, impone una riflessione di duplice natura: sulla sofferenza individuale con la quale si pagò il coraggio politico ed etico; sull’arricchimento della Resistenza armata grazie ai tanti quadri operai politicizzati che andarono ad ingrossarne le fila per sfuggire alla persecuzione. Il mondo del lavoro assume una funzione nazionale nel momento in cui comincia a profilarsi la sconfitta militare dei tedeschi e dei fascisti. L’iniziativa operaia, dei lavoratori, propone una via di uscita fondata sui valori del mondo del lavoro: la libertà  e la democrazia.